Il pozzo, scavato in prossimità del confine
con l'Anfiteatro romano, è di dubbia origine romana, mentre era
senz'altro presente in epoca spagnola. Si tratta con ogni probabilità
del medesimo pozzo che lo Spano cita come fontana di Palabanda, destinata,
ancora ai suoi tempi (metà dell'800), ad uso pubblico. La profondità
di questo pozzo è di circa 50 metri, la presenza e la ricchezza
in acqua di questa falda è stata uno degli elementi che hanno
determinato il successo dell'Orto Botanico di Cagliari. Il nome di libarium
deriva dal fatto che, secondo alcuni, gli attori che in epoca romana
si esibivano nell'anfiteatro si dissetavano utilizzando l'acqua di questo
pozzo. L'acqua veniva un tempo pescata con il sistema antico della noria
azionata da cavalli o asinelli, ancora in uso nel Campidano alla fine
degli anni '50. A conferma di questa pratica, esiste tuttora traccia
della pista circolare che l'asinello, di proprietà dell'Orto
Botanico, doveva percorrere per azionare il sistema.
La Marmora così descrive il funzionamento di questo meccanismo
nell'800 parlando dei pozzi cagliaritani:
<< Questi pozzi sono molto profondi. L'acqua
viene portata in superficie per mezzo di una specie di elevatore a tazze
("norie"), formato da vasi di terracotta attaccati a due lunghe
corde parallele in "sparto", che si srotolano su un cilindro,
o meglio su un tamburo, mosso da un cavallo; ma è un meccanismo
primitivo; oltre all'inconveniente di non isolare completamente l'acqua
dolce da quella del mare, le corde delle norie marciscono, cosicché
l'acqua finisce per essere un po' torbida e con un gusto sgradevole.
>>
Secondo La Marmora l'acqua migliore di Cagliari,
la più limpida e meno salmastra, era quella del pozzo dei Cappuccini,
seguita come qualità da quella del pozzo di La Vega. La qualità
dell'acqua di questi pozzi derivava dalla loro relativa distanza dal
mare.
Il sollevamento dell'acqua con pompa sommersa ne consente tuttora l'utilizzo
nell'impianto di irrigazione dell'Orto.